Passeggiavo dopo il lavoro,  qualche giorno fa, con una mia amica. Serata calda e soleggiata, con sole ancora alto benché fossero quasi le otto di sera.
Accaldata trascinavo le gambe e piedi sotto i quali avevo messo la pressione e lo stress di qualche dubbio e una strana consapevolezza di ciò che mi stava accadendo ultimamente a livello professionale.

Incontriamo un mio amico e, alle classiche frasi e domande di gentilezza e circostanza sul “come va” e il “che fai di bello”  ” e “quando vai in ferie” è seguita una sua affermazione “meravigliosa”: “vabbe ma il tuo non è un lavoro… è una vita fantastica! Foto, viaggi, incontri con persone, posti nuovi e tante emozioni“.

Non so se era il caldo, ma l’ ho fissato un attimo e poi ho risposto: “è  vero“.
 
In fondo ero certa che lui volesse farmi un complimento, ed è vero  la mia vita mi piace, ma il discorso merita un ragionamento un po’ più ampio.

La mia amica (e collega), che condivide con me da oltre dieci  anni gioie, dolori, entusiasmi e disperazione di quello che può definirsi (almeno in parte) un lavoro creativo  (e non solo), ha detto qualche parola in più.. “perché non gli hai dato un pugno!?
Sono scoppiata a ridere…lei ha questo potere, mi fa ridere anche quando sono sotto shok.

Il racconto, che definirei tragicomico, mi ha fatto riflettere e condividere questo pensiero che come sempre vuole essere uno spunto di riflessione per tutti coloro che amano questa forma artistica, o vi si vogliono avvicinare e conoscerla meglio.
 
Intraprendere questo lavoro per me non è stato semplice, in fondo i miei studi universitari avevano un’altra matrice.
 
Credere in qualcosa e crederci con tutte le proprie forze, non è facile, convincere la famiglia delle mie scelte, fare investimenti, dubbi e sacrifici.
Avere tante idee… ma spesso confuse, perché un conto è la passione, un conto è farla diventare qualcosa  di più.
Tutto questo mi faceva impazzire.
C’è voluto tempo, studio, impegno fatica, tanta fatica.
 
E poi, non saprei dire il momento preciso, sono incominciati i risultati, tutto si è fatto più chiaro.
 
Si delinea una strada, un tuo stile, sai cosa vuoi trasmettere e le persone cominciano a capirti a cercarti e a volere proprio te e la tua macchina fotografica.
 

Sei tu nelle tue foto, vivi nelle tue foto, sai cosa vuoi cosa offrire.

Ho riflettuto molto ultimamente…quando, parlando con un collaboratore, mi ha detto “tu il lavoro lo porti a casa“.
 
Si, questo è un lavoro a cui non smetti mai di pensare, pensi all’idea che hai avuto, a un nuovo progetto, a come migliorare ciò che hai già fatto, come crescere, ogni giorno  di più.
 
Questo comporta fatica (lo so …io dico che sono sempre stanca 😉 ), ma è una stanchezza che, a differenza di altre, mi rende felice.
 

La fotografia è sacrificio, a volte rinuncia…rinuncia al tempo con gli affetti, agli amici a una serata spensierata, perché le emozioni non aspettano non timbrano il cartellino.
Le emozioni  non hanno orari.
 
© Greta Ferrari – su una panchina a Camogli

Questo non è un lavoro per tutti, bisogna essere predisposti all’ascolto, degli altri e di se stessi.
Io sono onorata di poter ascoltare le vostre storie, raccontare con le mie immagini i vostri momenti,  i luoghi che amate, la vostra professione.
 
© Greta Ferrari – Stella

 

Sono grata a chi nel tempo e tutt’oggi mi ha dato fiducia e l’ opportunità di trasmettere tutto questo.

Le vostre storie mi hanno fatto crescere.
 
© Greta Ferrari – Emanuele
 

Con questo articolo vorrei farvi conoscere un ulteriore lato di questo lavoro, perché si, è un lavoro…più bello di altri, perché deriva da una vera passione, ma pur sempre un lavoro, con le sue difficoltà, ansie, preoccupazioni.
E’ impegnativo per me e per chi, con stima affetto e amore mi sta vicino, per chi ha deciso di restare supportandomi e accettando le mie rinunce e i momenti più duri…senza mai dirmi “stai esagerando”. Perché si sa, chi crea, esagera sempre un po”.

Questo lavoro a volte mi da’ “tormento”, un piacere misto a una sorta di dolore, altro che  “il tuo non è un lavoro”…

Caro amico, il mio lavoro è come il tuo …solo che io non lo lascio sulla scrivania e non ‘timbro il cartellino”.
 
 

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